Autore

Home

Links

Contatti

Benvenuti nel sito ufficiale della Miniera di Monteferro Canaglia - Sassari -
  Condividi
Prefazione

La Miniera

Sezione  Ponte Romano

Cenni Storici

Aneddoti
Galleria Fotografica
Sassari
PortoTorres
 

 

Il materiale pietroso, con molta probabilità, è stato quello che ha fornito lo spunto per le iniziali intraprendenze di carattere industriale nell’Isola di Sardegna. Soltanto il lavoro minerario vanta, in questo modo, un’origine  tanto primitiva ed arcaica.  E’ perennemente sussistita la ricerca e l’estrazione del minerale, per scioglierlo e ricavarne i metalli.

Nel centro della Nurra di Sassari. in località Monteferro.....(la denominazione “Canaglia” pare derivi da un’antica leggènda, dove un giudice di Sassari al cospetto di sette persone decapitate presso un ovile confinante con la miniera di Monteferro ebbe ad esclamare la parola “canaglia” contro l’autore di tale misfatto)..., la miniera molto ricca di ferro, soprattutto sotto forma di siderite, ha svolto un ruolo di principale importanza economica per l’intera provincia, lo studio e il prelevamento del minerale “ferro-carbonato” prima, durante e dopo la guerra fino agli anni sessanta.

La Miniera di Monteferro-Canaglia ha costituito l’operosità tecnica più elevata e complicata, l’atto più preistorico dell’essere umano, ma anche il più fecondo, fino a modificarsi, per diversi casi e per taluni individui, nella sorgente più proficua di tornaconto, ricompensata altresì al costo della propria sopravvivenza.  Alcuni tipi di minerali, anche adesso, restano interpreti principali dell’esistenza, delle alternanze umane e dell’attenzione dei popoli. Non si trova cosa diversa, così esente di spirito vitale e nello stesso tempo assai unito alla vita.

Il cinema e una certa letteratura hanno certamente influito a far ritenere la miniera un luogo tetro e misterioso, capace di far suscitare emozioni e particolari impressioni.  Un famoso uomo di cultura del passato, disse una frase che racchiudeva una grande verità: “L’Uomo non è nato per vivere in miniera”, del resto è sufficiente riandare alla storia dello sfruttamento delle Miniere, per avere conferma della dolorosa sopravvivenza del minatore,  principalmente di quello sardo, sopraffatto dalla malaria e altro.  Cose  ormai superate dall’evolversi dei tempi e in ogni modo appartenenti ad epoche lontanissime e non riconducibili con quelle in argomento.

Ebbene i minatori di Canaglia, che estraevano pietre di ferro, facevano fronte a quest’immane fatica con coraggio e fierezza, perché sapevano di ritenersi fortunati al confronto dei loro colleghi che le circostanze, avevano relegato alle miniere estere e nelle catene di montaggio della grande industria, dove  apparivano non confrontabili i ritmi e le condizioni di lavoro.

 Essere assunto alla Miniera di Canaglia dava ad intendere, sotto il profilo sociale, di aver tradotto in pratica il massimo desiderato, almeno stando alle considerazioni di allora, perché si conseguiva quella prosperità e stabilità continuamente pensata e immaginata, ma al disopra di tutto si potevano gettare le basi per rendere attuabile quel nesso per facilitare un potenziale posto di lavoro di un figlio e così di generazione, fino alla serrata della miniera: anche la coscienza di sentirsi legato alla Ferromin, tra le più importanti della provincia di Sassari, aveva il suo prestigio e in ogni modo, fieri e orgogliosi di questo.

Quasi identica esaltazione era esibita dagli imprenditori, autonomi e/o artigiani, agricoli-commerciali, favoriti dalla sorte, i quali si compiacevano di questa deferenza mineraria. 

 La borgata Mineraria in discussione era composta da persone venute da ogni luogo: sia Portotorresi che Nurresi, oltre ad altri tanti Sardi compresi quelli del Campidano; ma vi era una discreta presenza di “continentali” divenuta numerosa quando sopraggiunse l’impresa Carlo Cangiotti di Genova che ottenne la concessione dei lavori per conto della Ferromin.

Negli anni sessanta (1962/1964), il sipario inizia a calare e la miniera di Monteferro-Canaglia perde il suo splendore avviandosi inesorabilmente ad un lento e definitivo tramonto. La borgata mineraria, dove abitavano i minatori e i loro familiari, fu demolita nella disperata ricerca di nuovi filoni ferrosi per evitarne la chiusura definitiva. Altri, invece, proferivano che era tutta una farsa per affrettarne la cessazione, soprattutto per evitare possibili resistenze da parte delle Associazioni dei lavoratori. Dal lato pratico non ci furono scene di protesta: un forte incentivo aveva calmato gli animi dando a ciascuno l'illusione di dover affrontare il futuro con serenità. Così le famiglie della miniera, scelsero il proprio destino, individuando le nuove residenze e trasferendosi sul momento; una parte presso la frazione di Pozzo San Nicola, su licenza del Comune di Sassari, altri nelle città di Alghero, di Porto Torres e di  Sassari; alcune verso il “continente” e all’estero.  

Era ormai troppo tardi quando si accorsero che avevano perso molto di più: invero il denaro non era tutto. Per questo insieme di persone di più etnie, la scomparsa del piccolo villaggio minerario, causava non poche difficoltà in precedenza minimizzate, come ad esempio l’assoluta impossibilità di continuare nell’abituale e normale coesistenza per chi intendeva restare o ritornare. Qualcuno affermò, esagerando, che dai loro volti traspariva il rammarico e la rassegnazione tipica di quella gente dannata all’esilio, come l’antico popolo d’Israele, un popolo ramingo senza patria, costretti a vivere in luoghi con usi e costumi diversi, quasi senza identità, abbandonati, senza un profeta, senza un Mosè.

Per fortuna nessuno ha avuto modo di notare quei presunti momenti, recriminare la chiusura della Miniera di Canaglia. In contemporanea si accesero le luci alla  Marinella di Porto Torres, laddove, con la costruzione di un complesso petrolchimico si diede inizio ad una nuova civiltà industriale dalle proporzioni incredibili mai viste prima.

Da quel momento, alla ridente località Turritana, giunsero migliaia di persone per lavorare, da ogni angolo dell’Italia e divenne presto una delle città industriali più importanti e non soltanto della Sardegna.

Naturalmente ogni cosa si trasformò compreso il sistema di vivere. Il miscuglio delle razze aveva causato cambiamenti radicali assai favorevoli. Nessun sardo era obbligato ad emigrare se non per sua libera scelta. Il duemila è iniziato da un pezzo, un’altra epoca industriale è finita, l’agglomerato urbano di Porto Torres con le sue industrie non è più un miraggio. I giovani, figli di questo fantastico evento industriale, non trovano lavoro e la storia ancora una volta si ripete. Dovranno riprendere, più mesti che mai, la via dell’emigrazione come i loro antenati.